|
Pagina 2 di 3
Trattamento psicoterapeutico
I trattamenti cognitivo-comportamentali, unitamente alla somministrazione di stimolanti, sembrano essere il trattamento elettivo. Tuttavia, rimangono ancora numerosi dubbi circa gli effetti degli psicostimolanti sui soggetti con difficoltà di attenzione e iperattività; soprattutto è difficile comprendere e giustificare il 20%-30% di persone che non rispondono positivamente al trattamento farmacologico: per spiegare questi dati trova sempre più considerazione l’ipotesi che esistano sottotipi di DDAI, diversi da quelli riportati nel DSM-IV, che reagiscono in modo differente agli psicostimolanti. A ciò bisogna aggiungere che numerosi sono anche gli effetti collaterali, quali insonnia, anoressia, cefalea, mal di stomaco e più in generale disturbi gastrointestinali conseguenti all’assunzione (prolungata o meno) del farmaco.
A partire dagli anni ’70, con la diffusione di numerose pubblicazioni, sono comparsi diversi training cognitivo-comportamentali per i bambini con DDAI.
Il trattamento cognitivo-comportamentale va indirizzato simultaneamente verso tutte le aree che risultano essere compromesse e riguardare pertanto le varie dimensioni implicate nel disturbo (cognitiva, emotivo-affettiva, comportamentale, relazionale).
Le procedure di intervento più comuni tengono conto delle difficoltà del bambino nel valutare attentamente quali siano i passi necessari per il raggiungimento dei propri obiettivi e nel controllare la qualità del proprio lavoro durante la sua esecuzione. Per tale ragione queste procedure
propongono, oltre alla gestione delle contingenze (rinforzi e punizioni), prevista anche nei programmi di natura squisitamente comportamentista, l’insegnamento di varie tecniche tra cui le autoistruzioni verbali, il problem-solving e lo stress “inoculation training” (consapevolezza e controllo delle emozioni in situazioni stressanti).
Di frequente, inoltre, i genitori che possiedono poche strategie di gestione del comportamento del figlio misinterpretano i comportamenti del bambino, hanno nei loro confronti aspettative negative e valutano i comportamenti problematici come intenzionali. A ciò si aggiunge la frustrazione con cui vivono la sensazione di perdita di controllo del ruolo del genitoriale.
Per tale ragione, uno degli scopi prioritari dell’intervento è quello di modificare la rappresentazione mentale che hanno del bambino, aiutandoli a focalizzare sui propri sentimenti, atteggiamenti e risposte comportamentali.
Tra gli scopi dell’intervento con i genitori è possibile indicare:
- L’individuazione degli stati mentali rispetto all’attaccamento e i corrispondenti pattern comportamentali di accudimento
- L’accresceimento della capacità di negoziare in presenza di conflitti e controversie
- La costruzione di una comunicazione efficace
- La pianificazione di interventi comuni
- La promozione di regole educative attraverso la contrattazione delle contingenze e del rinforzo.
|