La psicoterapia efficace e le false credenze sulla terapia cognitivo-comportamentale

In Italia i tassi di prevalenza lifetime dei disturbi mentali, indicano che più di otto milioni e mezzo di adulti hanno sofferto di un qualche disturbo mentale nel corso della propria vita.

Purtroppo però non sempre questi disturbi vengono adeguatamente riconosciuti e trattati: molti pazienti soffrono per molti anni prima di ricevere una diagnosi accurata e un trattamento adeguato. È un vero peccato che tante persone, afflitte da gravi forme di sofferenza, non siano curate in modo appropriato, non ricevano una corretta informazione in relazione a diagnosi e prognosi, talvolta anche a causa del fatto che alcuni “tecnici” della salute mentale non sono adeguatamente aggiornati sulle forme di psicoterapia più efficaci.

Che un trattamento funzioni, di qualsiasi tipo esso sia, va dimostrato scientificamente. E oggi abbiamo a disposizione una grande quantità di dati che forniscono precise indicazioni su quali scelte terapeutiche effettuare. Questi dati devono essere diffusi e fatti conoscere al grande pubblico. Sebbene ancora molta strada debba essere percorsa nel cammino verso cure efficaci per tutte le malattie psichiatriche, abbiamo oggi a disposizione diversi trattamenti di provata efficacia, per numerosi disturbi. Purtroppo queste informazioni fanno fatica a raggiungere il pubblico, e molti pazienti soffrono per diversi anni prima di ricevere un trattamento adeguato.
Ma sono gli specialisti della salute mentale, prima di tutto, a doversi aggiornare sulle terapie più efficaci, perché è un preciso dovere deontologico del curante quello di offrire il miglior trattamento possibile al paziente.
È noto a tutti che le ricerche sull’efficacia dei farmaci ricevano un largo appoggio economico e godano di una diffusione mediatica sorprendenti. Nessuno nega l’utilità di certi presidi farmacologici, ma risulta d’altra parte incomprensibile come forme di psicoterapia che si sono dimostrate efficaci quanto e talvolta più dei farmaci, siano del tutto sconosciute al pubblico, e spesso anche a coloro che dovrebbero essere i “tecnici” della salute mentale. Ed è innegabile che la terapia cognitivo-comportamentale sia la forma di trattamento più rappresentata tra quelli di provata efficacia.
Come è possibile un simile paradosso? Come mai oggi molti psichiatri e psicoterapeuti non conoscono i dati che provengono dalla ricerca?
Che un trattamento psicoterapico funzioni per curare, ad esempio, il Disturbo Depressivo Maggiore, va dimostrato scientificamente. L’ipse dixit, in campo scientifico, è insensato. Come ha sagacemente notato David Veale, gli aneddoti e l’esperienza personale del terapeuta possono andare bene per “fare colpo” sui media, ma certamente non possono essere la base per prendere decisioni di public policy.
Abbiamo oggi a disposizione una grande quantità di dati, che per quanto non esaustivi, forniscono precise indicazioni su quali scelte terapeutiche effettuare. Questi dati devono essere diffusi.
Gli stessi psicoterapeuti, incredibilmente, sembrano avere scarsa dimestichezza con la letteratura scientifica riguardante l’efficacia della psicoterapia; e le scuole di specializzazione sono chiamate a intensificare i propri sforzi per sensibilizzare gli allievi all’importanza di fornire il miglior trattamento disponibile al paziente.
Questo significa certamente un atto di grande umiltà da parte di chi fa formazione nella psicoterapia e dai clinici: utilizzare con i propri pazienti, ma anche insegnare a usare flessibilmente questi protocolli agli specializzandi implica il compimento di un atto di umiltà scientifica e professionale, perché richiede la rinuncia a metodi che si ritengono validi sulla sola base della propria esperienza clinica, o intuito, o nostalgica adesione a un modello ormai superato, per adeguarsi a percorrere strade sperimentalmente validate.
Nessuno ha in tasca la soluzione definitiva ai problemi della malattia mentale, e la terapia evidence-based non ha la pretesa di essere taumaturgica, ma è indubbio che ci consenta di evitare errori grossolani: primum non nocere. E noi sappiamo che nuociamo ai pazienti, se li sottoponiamo a trattamenti che non hanno alcun fondamento scientifico di efficacia.
La cultura scientifica che si esprime nei protocolli terapeutici di provata efficacia sperimentale, si rivela un utile strumento per orientarsi nell’agire clinico, per chi vi si accosta senza pre-giudizi. È sorprendente notare invece quanti falsi miti circolino, in particolare sulla CBT, talvolta anche all’interno del mondo cognitivo-comportamentale!
Davide Veale, psichiatra e psicoterapeuta presso il Maudsley Hospital e il Priory Hospital North London, past-president della Società Britannica di terapia cognitivo-comportamentale, docente presso il King’s College di Londra, ha scritto un articolo breve ed estremamente interessante proprio sull’importanza della ricerca per fondare la clinica, e sulle false credenze diffuse a proposito della CBT.

di Barbara Barcaccia

Clicca per scaricare l’articolo di D. Veale

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