Psicologia Giuridica

Negli ultimi anni la Psicologia Giuridica, area della psicologia ancora non del tutto nota a molti per ruolo e metodologie,  ha ampliato notevolmente il suo raggio d’azione all’interno del panorama giudiziario.

Disciplina applicativa di taglio psico-sociale, che fa proprie competenze della psicologia clinica, della psicologia dell’età evolutiva e della famiglia, della psicologia dei gruppi e delle organizzazioni, nonché della psicologia cognitiva, la psicologia giuridica rivela una complessità intrinseca, risultato di una stretta interazione tra psicologia e diritto, e si caratterizza per il suo spirito in continua evoluzione, non solo dal punto di vista delle competenze ma soprattutto in relazione all’oggetto a cui viene applicata (De Leo, 1995).
Le prime tracce della psicologia nel mondo della giustizia italiana risalgono ai primi anni del novecento, sebbene le prime riflessioni sistematizzate del connubio tra psicologia e diritto si hanno nel 1925, per opera di Enrico Altavilla, che, con la  pubblicazione dell’opera Psicologia Giudiziaria, affronta per la prima volta da un punto di vista prevalentemente psicologico, argomenti quali la testimonianza e la sua attendibilità, mettendo in luce quanto importanti possano risultare, per un’efficace applicazione delle leggi, i contributi specificatamente tecnici di materie quali la psicologia e la psichiatria.

Numerosi, negli anni successivi alla pubblicazione di tale opera, i comportamenti di ostruzionismo rispetto ad una reale collaborazione tra psicologia e diritto, i cui strascichi si protraggono fino alla metà del secolo scorso, quando, sulla scia delle decisioni scaturite dal convegno nazionale di alcune fra le più importanti riforme della procedura penale, nascono le prime istituzioni in ambito psicogiuridico e gli psicologi iniziano ad essere parte attiva all’interno di convegni ed istituzioni quali le carceri, prima frequentate esclusivamente da esponenti del mondo del diritto.

Nel 1956 gli psicologi vengono ammessi nei collegi dei tribunali per minorenni, primi istituti giuridici all’interno dei quali la psicologia ricopre un ruolo chiaro. Da allora, negli anni, la psicologia giuridica si è andata affermando come disciplina sia nel panorama accademico, con il moltiplicarsi delle cattedre universitarie e l’avanzare della ricerca in tal senso, che in quello scientifico e giudiziario.

Nonostante la sempre maggiore richiesta da parte del diritto di collaborazione  con  figure professionali del settore psicologico, e nonostante  i diversi spazi che la psicologia e gli psicologi, nei diversi ruoli, si sono ritagliati negli anni, all’interno di uno scenario come quello della giustizia, così diverso da quello delle scienze umane applicate, non si può non porre l’accento su quanto siano complesse le interazioni tra le diverse figure in gioco, ancorate ad assunti teorici profondamente diversi e quindi spesso nella necessità di lavorare insieme al fine di integrare una molteplicità di contributi in un punto di vista unico.

Alla luce di quanto appena evidenziato, per lo psicologo che desidera lavorare in ambito giuridico risulta necessaria una formazione specifica, che vada oltre la formazione accademica, clinica o dell’età evolutiva. Interagire con il mondo del diritto richiede come requisito indispensabile una formazione ad hoc ed un costante aggiornamento, al contempo dovere ed obbligo deontologico; lo psicologo giuridico è dunque tenuto, come oramai richiesto dai singoli ordini professionali, ad una preparazione tecnica e di buon livello, ed è sua cura aggiornarsi sugli sviluppi scientifici degli ambiti in cui opera, soprattutto quello giuridico, in cui il suo lavoro può avere un peso sulle decisioni prese dal giudice.

 

Bibliografia
Abazia L. (2009) (a cura di), La perizia psicologica in ambito civile e penale. Storia, sviluppi e pratiche. Franco Angeli, Milano.

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