La Terapia Cognitivo-Comportamentale

La psicoterapia cognitivo-comportamentale si sviluppa negli anni ’60 con due terapeuti di formazione psicoanalitica: Aaron Beck (1967) e Albert Ellis (1989); contrariamente a quanto frequentemente si crede, ovvero che la terapia cognitiva sia un’evoluzione della terapia del comportamento, nasce, invece, con due clinici di formazione psicoanalitica che, nello stesso periodo e indipendentemente, mettono a punto un metodo clinico che poi diventerà, su una definizione coniata da Beck, la terapia cognitiva.
Si tratta, dunque, di una terapia che nasce direttamente dalla clinica come metodo di cura, in particolare come cura della depressione e dei disturbi d’ansia.
L’incontro con il comportamentismo viene solo in un secondo momento e segue due vie: da un lato autori cognitivisti, a partire proprio dai fondatori Beck ed Ellis, recuperano del comportamentismo sia l’attenzione al metodo scientifico applicato alla clinica e agli esiti clinici sia il repertorio di tecniche tipico della terapia del comportamento; dall’altro autori di formazione comportamentale, come ad esempio Rachman (1997) o Meichenbaum (1977), integrano il ruolo delle variabili cognitive nella cornice teorica comportamentale.

Nell’interpretazione della condotta umana la terapia cognitiva ricorre, ove possibile, alla spiegazione più semplice che spesso coincide con il recupero del senso comune. Ciò che caratterizza e distingue la psicoterapia cognitiva, infatti, è la spiegazione dei disturbi emotivi attraverso l’analisi della relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti.
L’assunto fondamentale, postulato per la prima volta negli anni 60 da Aaron Beck e da Albert Ellis (Beck 1967, Ellis 1962), è che le rappresentazioni mentali del paziente (credenze, pensieri automatici, schemi) permettono, con un minimo d’inferenza, di spiegare il disagio psicologico e il suo perpetrarsi nel tempo. Le reazioni emotive disfunzionali e il disagio sono frutto di distorsioni contenutistiche e formali di tipo cognitivo: la patologia è frutto di pensieri, schemi e processi disfunzionali.
La non modificazione di tali schemi, a dispetto di evidenze contrarie, è spiegato da errori procedurali e contenutistici che ne “prevengono” l’invalidazione e contribuiscono al mantenimento del disturbo.

Nella spiegazione dei disturbi emotivi, dunque, il ruolo giocato dagli eventi esterni non è di tipo causale, bensì personale, idiosincratico, ovvero basato sul sistema di convinzioni e sulle esperienze del singolo soggetto. Ciò che permette di spiegare le reazioni emotive e i comportamenti disfunzionali (leggi: disturbi), è il modo di interpretare gli eventi sulla base dei contenuti e dei processi cognitivi dell’individuo.

Benché ancora oggi la terapia cognitiva di Beck rivesta un ruolo dominate nell’Associazione Internazionale di Psicoterapia Cognitiva, attualmente, quando si parla di terapia cognitiva si fa riferimento ad un metodo terapeutico non omogeneo, all’interno del quale si distinguono decine di approcci diversi.
La situazione è ancora più complessa se si guarda alla letteratura internazionale e a tutti gli approcci che si definiscono terapia cognitiva o terapia cognitivo-comportamentale; anche la presenza e il rilievo dell’aggettivo comportamentale riflette in parte il peso dato a principi e procedure di diretta derivazione comportamentale.

Ciò che accomuna tutti gli approcci che si riconoscono nella definizione di terapia cognitiva (TC) è la comune enfasi sulle strutture di significato e sui processi di elaborazione dell’informazione e, dunque, il riconoscimento della variabile cognitiva come predominante nella spiegazione dei fenomeni clinici. Inoltre, il metodo di trattamento prevede sempre, indipendentemente dalle differenze nelle procedure, la manipolazione della variabile cognitiva come strumento principe di cambiamento.

Sebbene la terapia cognitiva standard stressi il ruolo delle cognizioni come determinanti delle emozioni e semplifichi la relazione trattandola come causale e unidirezionale (“le valutazioni e i pensieri causano le emozioni e le condotte”), gli effetti delle emozioni sulle cognizioni sono cruciali in ambito cognitivista in almeno due sensi: alle emozioni è riconosciuto un ruolo nell’”attivare” gli scopi e, dunque, le rappresentazioni e piani di azioni (Johnson-Laird, Mancini e Gangemi 2006); le emozioni influenzano direttamente i processi cognitivi, ovvero il ragionamento, l’attenzione, la memoria e i processi di recupero delle informazioni.
Si pensi al cosiddetto Mood Congruity Effect (Teasdeale et al. 1980, 1995), ovvero al fatto che le nostre valutazioni tendono a essere coerenti con l’emozione prevalente (se sperimento rabbia, tendono ad attivarsi valutazioni e ricordi coerenti con l’interpretazione degli eventi in termini di torto subito) o al ragionamento emozionale: le emozioni possono influenzare le valutazioni con un effetto “retroattivo” quando vengono assunte come segnali di un fatto, piuttosto che di una valutazione personale creando errori cognitivi del tipo “se mi sento in colpa, significa che devo aver fatto qualcosa di male”, invece di “mi sento in colpa quando penso di aver fatto qualcosa di male (Gangemi et al. 2006).

Se pensieri e valutazioni regolano emozioni e condotte, come mai solo in alcune situazioni specifiche questo funzionamento genera sofferenza ed è disadattivo?

Il disagio è accompagnato da valutazioni cognitive “negative” o, nell’accezione più condivisa, “disfunzionali”. Con il termine “disfunzionali” si fa riferimento a valutazioni e convinzioni che producono sofferenza, allontanano dagli scopi, tendono ad autoperpetrarsi nonostante l’inefficacia. L’adesione alla realtà non è il criterio centrale: una credenza può essere disfunzionale anche se “vera” o, viceversa, funzionale anche se non completamente aderente alla realtà (Mancini e Gangemi 2002).

In questo senso possiamo rifarci alla definizione di razionalità di Baron (2000), che propone di disgiungere la razionalità dall’applicazione dei principi formali della logica o del calcolo delle probabilità. Secondo la sua Teoria Pragmatica della Razionalità (2000) una conclusione inferenziale può essere razionale o comunque essere corretta e funzionale anche quando si discosti dai principi formali, in virtù della sua utilità e validità pragmatica. I criteri per distinguere tra credenze e processi cognitivi razionali e irrazionali (o, in un linguaggio più vicino a noi, funzionali e disfuzionali) non attengono all’aderenza alle regole formali del pensiero, ma alla loro utilità pratica in funzione degli scopi dell’agente.
L’irrazionalità e gli errori nei processi cognitivi, dunque, non riguardano fallimenti nella logica, ma fallimenti pragmatici, ovvero nel raggiungimento dei propri scopi. Avere una credenza del tipo “Ho il diritto di essere amato da ogni donna che desidero”, può costituire un problema non per il fatto che è, tra le altre cose, un’aspettativa e pretesa non realizzabile o una convinzione che non tiene conto di dati di realtà, ma per le sue implicazioni e conseguenze pragmatiche: applichiamo l’aggettivo irrazionale in virtù del fatto che si tratta di una credenza che può orientare le valutazioni, e quindi le emozioni e i comportamenti, in una direzione patologica, ovvero allontanare dagli scopi e favorire l’insistenza sulla stessa credenza e condotta anche se fallimentare. Ad esempio il nostro signore manifesterà ostilità se quello che crede essere un suo diritto (essere amato) non si realizza, aumentando la probabilità di essere disprezzato o allontanato piuttosto che amato.

Il disagio, dunque, è attribuibile a due variabili fondamentali: contenuti mentali (ovvero pensieri automatici negativi, schemi o assunzioni centrali disfunzionali) e processi, ovvero bias e distorsioni cognitive. Il risultato sono valutazioni cognitive disfunzionali. A parità di evento antecedente soggetti diversi danno significati diversi; ad esempio il rimprovero del capo per il ritardo può produrre in un collaboratore ansia e in un altro ostilità. Le differenti reazioni sono, in quest’ottica, spiegate come frutto di significato diverso attribuito all’evento: il primo collaboratore interpreta il rimprovero come minaccia al rapporto di lavoro esistente e desiderabile, il secondo come un torto subito.

tratto da Mancini F. & Perdighe C. (2010), Elementi di Psicoterapia Cognitiva.
Roma, Giovanni Fioriti Editore

Riferimenti Bibliografici

Beck A. T. (1967). Depression: Clinical, experimental, and theoretical aspects. Harper & Row, New York.

Ellis A. (1989). Ragione ed emozione in psicoterapia. Astrolabio, Roma.

Meichenbaum D. (1977). Cognitive Behaviour Modification: An integrative approach. Plenum Press, New York.

Rachman S. (1997). The evolution of Cognitive Therapy. In Clark D.M., Fairburn C.G. (a cura di) Science and practice of cognitive beahavior therapy. Oxford University Press, Oxford.

Johnson-Laird N.P., Mancini F. e Gangemi A. (2006). A Hyper-Emotion Theory of Psychological Illnesses. Psychological Review 113, 4, 822-841.

Teasdale J. D., Taylor R & Fogarty S.J. (1980). Effects of induced elationdepression on the accessibility of memories of happy and unhappy experiences. Behaviour Research and Therapy 18, 339-346.

Teasdale J. D., Taylor M. J., Cooper Z., Hayhurst H. e Paykel E. S. (1995). Depressive thinking: Shifts in construct accessibility or in schematic mental models? Journal of Abnormal Psychology 104, 500-507.

Gangemi A., Mancini F. e van den Hout M. (2006). Feeling guilty as a source of information about threat and performance. Behaviour Research and Therapy 45, 10, 2387-2396.

Mancini F. e Gangemi A. (2002). Ragionamento e irrazionalità. In Castelfranchi C, Mancini F & Miceli M. (a cura di) Fondamenti di cognitivismo clinico. Bollati Boringhieri.

Baron J. (2000). Thinking and deciding. Cambridge University Press, New York.

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