I paradossi della depressione

di Francesco Mancini

È stato pubblicato il capitolo di F. Mancini e A. Gangemi dal titolo “The paradoxes of depression: a goal driven approach”.

Le bozze del capitolo sono scaricabili qui pdf-logo

In caso di uso, si prega di citare F. Mancini e A. Gangemi dal titolo The paradoxes of depression: a goal driven approach. in The goals of cognition: essays in honour of Cristiano Castelfranchi (edited by F. Paglieri, L. Tummolini, R. Falcone e M. Miceli), pp 253.273, College Pubblications, 2012
http://www.istc.cnr.it/news/festcris

Il capitolo è dedicato ai paradossi della reazione depressiva (RD), cioè alla reazione con cui normalmente gli esseri umani rispondono a perdite e fallimenti che considerano senza speranza di recupero o sostituzione. La depressione clinica è di solito considerata una variante più intensa e duratura della reazione depressiva, ma non è l’oggetto del capitolo. Le manifestazioni della RD sono riducibili a due insiemi. Nel primo vi sono il dolore, la tristezza, il pianto e i lamenti.
Questi sintomi assieme alla ruminazione sul bene perduto e alla più generale difficoltà a distaccarsi da ciò che ricorda il bene perduto, dimostrano che a seguito di una perdita e di un fallimento l’investimento nel bene perduto o nella meta fallita si mantiene o addirittura aumenta, infatti, si pensa a una persona perduta da poco, più di quanto ci si pensava prima. Per un verso ciò appare del tutto ovvio e scontato: nessuno si stupisce per il pianto e la disperazione di chi ha perso una persona cara. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, è anche vero che mantenere, o addirittura aumentare, l’investimento in un bene che si sa essere perduto, senza speranza di recupero, appare paradossale: che senso ha, infatti, piangere e disperarsi per il latte versato? Perché si continua a investire in un bene che si sa essere perduto per sempre? Non sarebbe più funzionale distaccarsene e dedicarsi ad altro?

Il secondo insieme di sintomi include la perdita di interessi, l’anedonia, il pessimismo e la conseguente riduzione della attività. Questi sintomi, al pari dei precedenti, appaiono del tutto scontati e normali e non sembrano sollevare alcun problema, infatti, sembra ovvio che dopo un lutto si perda interesse per il lavoro, che gli amici non diano più piacere e si preferisca chiudersi in casa.
Ma, anche in questo caso, ad un esame più attento la questione non appare per niente ovvia e scontata, anzi, piuttosto, si rivela problematica: perché si perdono i nomali interessi e non si gode più di ciò che prima suscitava piacere? Non sarebbe più funzionale cercare di compensare il bene perduto aumentando investimenti alternativi? Perché invece si disinveste?
La persistenza di un investimento in qualcosa che si sa essere perduto e il disinvestimento da beni alternativi pongono due problemi. Il primo è un problema psicologico. Premesso che la mente è un apparato al servizio di bisogni, desideri e scopi dell’individuo, come è possibile che reagisca alle perdite e ai fallimenti, deprimendosi, cioè mantenendo o addirittura rafforzando l’investimento nel bene perduto (endowment effect) e, al contempo, disinvestendo da beni alternativi o sostitutivi?
La soluzione cognitivista standard, cioè quella di Beck, spiega il pessimismo e quindi, in parte, la perdita di interessi ma con difficoltà rende ragione dell’anedonia e, soprattutto, non considera la persistenza dell’investimento in un bene che si sa essere perduto senza speranza. La soluzione Freudiana, cioè la depressione come autopunizione per aver distrutto l’oggetto d’amore, urta contro l’osservazione dei fatti: il senso di colpa, infatti, non è una componente sistematica della reazione depressiva studies on the relationship between guilt and depression show only a very weak association (e.g., Kim et al., 2011), per giunta, quando è presente, è di solito legato al fatto stesso di essere depressi.
Il secondo problema è evoluzionistico. Perché si è evoluta una razza che reagisce alle perdite e ai fallimenti deprimendosi? La reazione depressiva implica un vantaggio evolutivo? Se si, quale è? Oppure dobbiamo ammettere che ci siamo evoluti nonostante la tendenza a reagire depressivamente?

La soluzione al problema psicologico, che noi proponiamo, prende spunto da una osservazione piuttosto comune, esemplificata da una signora in lutto per aver perso il marito: “se io dessi via i suoi vestiti e gli oggetti che lui usava tutti I giorni, sarebbe come perderlo una seconda volta” e aggiungeva “se smettessi di tenere puliti e in ordine i suoi vestiti, sarebbe come scrivere la parola fine alla nostra storia e perdere definitivamente anche il nostro passato assieme”.
La spiegazione della signora rivela due aspetti legati fra loro: innanzitutto che il suo investimento non era finalizzato a riavere il marito ma a evitare di perderlo “una seconda volta” e che, in secondo luogo, disinvestire da ciò che ricordava il marito equivaleva a sanzionarne la perdita definitiva e a perdere anche ciò che era stato fra loro. In sintesi, disinvestire avrebbe implicato un costo, che possiamo definire sommerso (il ben noto fenomeno dei sunk costs).
Una persona cara morta, infatti, può essere ulteriormente perduta disinvestendo da ciò che la ricorda e investendo in altro. Nella RD, dunque, l’investimento non è per il recupero del bene perduto ma per evitare di perderlo ancora di più. Allo stesso tempo, un bene, per il solo fatto di essere valutato nel dominio delle perdite , acquista un valore maggiore rispetto a quello che ha se è valutato nel dominio dei guadagni (endowment effect).
L’aumento di investimento è a discapito dell’investimento in altri beni, che susciteranno minor interesse e piacere, perciò ottenerli equivale a ricevere dell’acqua quando si ha fame e non si ha sete.
E il pessimismo? Notiamo, innanzitutto che il pessimismo riguarda la inutilità dei propri sforzi, l’inutilità di coltivare speranze, e la pochezza dei risultati raggiunti, anche in domini non intaccati dalla perdita. È da ricordare che i processi cognitivi sono orientati dagli scopi dell’individuo nel tentativo di ridurre il rischio di errori costosi. Ma quali sono gli errori costosi che si cerca di evitare con il pessimismo?
Sembrano due, molto simili fra loro, il primo riguarda il pessimismo circa le possibilità di recupero del bene perduto ed è il costo della delusione, che è vissuta, di solito, come una nuova perdita. Il secondo è l’errore di investire in beni alternativi a quello perduto o sostitutivi di esso che si potrebbero rivelare tali da non giustificare il distacco dal bene perduto.

La RD implica un vantaggio evolutivo e, se si, quale?

Le funzioni principali che si attribuiscono alla RD, sono due. La prima è la richiesta di aiuto: le manifestazioni di dolore servirebbero a disporre gli altri in un modo più favorevole. Non si spiega però la funzione della perdita di interessi. La seconda è il risparmio di energie in attesa di tempi migliori. Non si spiega la sofferenza che caratterizza la RD e che, al contrario, implica dispendio di energie.
Noi suggeriamo che la RD, di per se, non implichi un vantaggio evolutivo. Ciò che implica vantaggi evolutivi, invece, sono i meccanismi psicologici che sostengono la RD e che intervengono normalmente in ogni attività della mente, dunque anche indipendentemente dalla RD. Se si osservano i meccanismi psicologici della RD si nota che svolgono una funzione stabilizzatrice degli investimenti, in particolare degli investimenti affettivi, cioè diretti verso singole e specifiche entità individuali, e in circostanze avverse.
Una funzione del genere sembra assai vantaggiosa per la sopravvivenza di un sistema dotato di molti scopi diversi e spesso opposti, che, dunque, rischia di disorganizzarsi senza adeguate capacità stabilizzanti. Appare vantaggiosa soprattutto perchè facilita la fedeltà affettiva e dunque favorisce la stabilità dei gruppi. I meccanismi stabilizzanti alla base della RD sono presumibilmente funzionali in situazioni avverse cioè di perdite e fallimenti non definitivi, ma lo sono ben meno o forse per nulla, in caso di perdite e fallimenti definitivi. D’altra parte va considerato che le perdite e i fallimenti transitori, cioè le frustrazioni limitate, sono ben più frequenti di quelle definitive, e perciò il vantaggio evolutivo dei meccanismi stabilizzanti vale più degli svantaggi.

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