Schema Therapy

Descrizione, efficacia del trattamento. Clinici e ricercatori specializzati nell’approccio

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La SCHEMA THERAPY (ST) è uno sviluppo innovativo della psicoterapia cognitivo comportamentale, altamente efficace nel trattamento dei disturbi di personalità e dei disturbi psicologici cronici o difficili da trattare.

A partire dall’osservazione di una marcata difficoltà dei pazienti con tratti patologici di personalità ad aderire alla terapia cognitiva standard, Jeffrey Young sul finire degli anni 90 concepisce l’approccio della ST.

La ST integra, oltre la CBT, diversi approcci psicoterapeutici quali la Gestalt, l’Analisi Transazionale, le tecniche immaginative e concetti della teoria dell’attaccamento e delle scuole psicodinamiche, offrendo una concettualizzazione esplicativa molto chiara, e in sé coerente, e un approccio di trattamento facilmente applicabile.

Se ai suoi albori, la ST fu ideata per trattare in particolare i Disturbi di Personalità, negli ultimi anni un fiorire di ricerche ha mostrato la sua applicabilità ed efficacia in diversi tipi di disturbi ed in differenti setting clinici.

La ST mira a individuare insieme al Paziente i suoi Schemi e le Modalità disfunzionali e dove esse hanno avuto origine nell’infanzia, a riconoscerne gli effetti nella vita e a trovare attivamente modalità funzionali per modificarle.

L’idea di base, da cui deriva il rationale terapeutico, è che la sofferenza psicologica derivi dall’interazione degli Schemi Maladattivi Precoci (Schemi) con le strategie che le persone mettono in atto per difendersi dagli Schemi stessi.

Gli Schemi sono costituiti da emozioni, sensazioni somatiche, cognizioni e ricordi  e derivano da esperienze sfavorevoli vissute nell’infanzia o nell’adolescenza, esperienze nelle quali è presenta una frustrazione dei bisogni emotivi primari. La frustrazione dei bisogni emotivi durante l’infanzia o l’adolescenza frequentemente avviene nell’ambito familiare, ma può presentarsi nel contesto scolastico o nel gruppo dei pari.

L’idea di base è che noi apprendiamo informazioni su noi stessi e sul mondo, nei momenti di frustrazione, in particolare dei nostri bisogni emotivi di base e che, più avanti, ricorreremo a quanto appreso da tali esperienze per comprendere noi stessi e il rapporto con gli altri.

Secondo Jeffrey Young sono cinque i bisogni emotivi primari, la cui frustrazione determina la genesi di uno o più Schemi :

  • bisogno di legami stabili con gli altri (bisogno di protezione, stabilità, cura e accettazione);
  • bisogno di autonomia, senso di competenza e d’identità;
  • bisogno di libertà di esprimere i bisogni e le emozioni fondamentali;
  • bisogno di spontaneità e gioco;
  • bisogno di limiti realistici e autocontrollo.

 

Le modalità con cui i bisogni emotivi possono venire disattesi sono quattro:

 

  1. “Troppo poco di una cosa buona”: condizioni in cui al bambino sono mancati l’accudimento amorevole, la stabilità della famiglia, la protezione, il rispetto, l’accettazione e l’empatia.
  2. “Troppo di una cosa buona”: condizioni in cui l’eccessiva soddisfazione di alcuni bisogni determina la frustrazione di altri. Questo tipo di esito è riscontrabile nel caso di famiglie iperprotettive, dove l’eccesso di protezione blocca l’esplorazione e dunque l’autonomia e può determinare l’idea di un mondo poco sicuro; o ancora, un ambiente che dà fin troppo spazio al gioco o che esalta eccessivamente le prestazioni del bambino può ostacolare la formazione di limiti realistici e autocontrollo.
  3. “Traumatizzazione”: singoli e ripetuti eventi traumatici possono compromettere un sano sviluppo psicologico del bambino. Nel caso di abuso, ad esempio, un bisogno centrale come quello della protezione e rispetto, determina la formazione schemi fortemente maladattivi ed ipervalenti.
  4. “Identificazione con gli altri significativi”: questa è la condizione in cui il bambino non subisce una frustrazione diretta ma aderisce al modo di pensare e sentire di un altro significativo. Un genitore molto autocritico e perfezionista, ad esempio, pur senza avanzare richieste al figlio può essere preso come riferimento e ciò può determinare la frustrazione del bisogno di gioco del bambino e dare origine a un dato Schema.

 

Nella formazione degli Schemi influisce inoltre  il temperamento innato del bambino, che può esporre, o meno, a determinate esperienze.

Come abbiamo già detto, uno Schema è un tema generale e pervasivo che comprende memorie, pensieri, sensazioni somatiche e riguarda se stessi e gli altri e presenta peculiari caratteristiche :

  E’ percepito come una verità e non come frutto della propria storia di vita o delle proprie interpretazioni dei fatti.

  Influenza i processi cognitivi: la percezione, l’attenzione, l’attribuzione di senso e le memorizzazioni saranno in linea con lo Schema attivato.

  Influenza il comportamento.

  Si mantiene nel tempo: gli Schemi tendono a perpetuarsi nel tempo perché influenzano i processi cognitivi e il comportamento. In una sorta di profezia che si auto-avvera, lo Schema contribuisce alla creazione di una realtà analoga a quella in esso rappresentata e vissuta nell’infanzia. Ecco, ad esempip, che coloro che sono pervasi da una sfiducia generale nell’altro continueranno a sentirsi traditi e chi si sente fallito continuerà a vivere fallimenti.

  E’ disfunzionale: gli Schemi possono essere visti come tratti cognitivi ed affettivi e come tali sono dimensionali, nel senso che si pongono lungo un continuum di severità. La disfunzionalità si mostra nel grado di sofferenza soggettiva che lo Schema produce e nella frequenza con cui lo Schema si attiva.

  Consente coerenza e predicibilità: pur essendo disfunzionali, gli Schemi consentono di mantenere una visione coerente di se stessi e degli altri e rendono l’ambiente prevedibile. Quindi abbandonare uno Schema implica modificare la familiare e confortevole (seppur dolorosa) conoscenza quanto sappiamo su di noi e il mondo

 

Jeffrey Young individua 18 Schemi, che si formano a partire dalla frustrazione di un bisogno emotivo di base.

 

 

Bisogni emotivi frustrati Schemi associati
Attaccamento sicuro agli altri 1. Abbandono/Instabilità

2. Sfiducia/Abuso

3. Deprivazione emotiva

4. Inadeguatezza/Vergogna

5. Esclusione sociale

Autonomia, competenza e senso di identità 6. Dipendenza/Incompetenza

7. Vulnerabilità al pericolo e alle malattie

8. Invischiamento/ Sé poco sviluppato

9. Fallimento

Limiti realistici e auto-controllo 10.  Pretese/ Grandiosità

11.  Autocontrollo e Autodisciplina insufficiente

Libertà di esprimere i propri bisogni ed emozioni 12.  Sottomissione

13.  Autosacrificio

14.  Ricerca di approvazione e riconoscimento

Spontaneità e gioco 15.  Negatività/ Pessimismo

16.  Inibizione emotiva

17.  Standard severi

18.  Punizione

 

Gli Schemi si originano nelle fasi precoci dello sviluppo e determinano una visione negativa di se stessi e del mondo e dunque il loro contenuto si presenta sotto forma di minaccia. È noto che è possibile categorizzare i comportamenti di reazione ad una minaccia in tre tipologie: attacco, fuga e immobilità. La ST individua tre caratteristici stili di coping, che riflettono le tre tipiche reazioni: ipercompensazione, evitamento e resa.

La persona che adotta uno stile di coping di evitamento, mette in atto comportamenti finalizzati all’allontanamento delle emozioni negative collegate all’attivazione di uno Schema, quali uso di sostanza, comportamenti compulsivi ecc. 

Lo stile di resa, invece, prevede la completa accettazione dello Schema, il cui contenuto viene riconosciuto come una verità, un destino a cui piegarsi.

Lo stile di coping di ipercompensazione, infine, è caratterizzato dall’ostinato tentativo di non provare quelle emozioni che hanno contraddistinto lo sviluppo dello Schema.

 

La sofferenza si manterrebbe dunque dall’interazione tra gli Schemi e le modalità disfunzionali di fronteggiarli, che hanno il valore di perpetrare le credenze disfunzionali e gli stati affettivi negativi.

 

La contemporanea presenza di numerosi Schemi attivi e l’osservazione dei repentini mutamenti di emozioni, comportamenti e stati mentali che si susseguono nell’esperienza di una persona, hanno mosso l’introduzione del concetto di Mode. Se uno Schema rappresenta un tratto, una caratteristica stabile della persona, un Mode rappresenta uno  stato, un’istantanea che coglie un particolare individuo, in un particolare momento. Un Mode è costituito da stati emotivi, Schemi e reazioni di coping attivi in una data situazione. E’ esperienza comune la transizione da un Mode all’altro; ognuno di noi esperisce il passaggio da uno stato all’altro nel corso del tempo, conservando comunque una continuità nel senso di sé. Ciò che evidenzia alcune differenze individuali è la prevalenza di un particolare Mode e la rapidità con cui avviene il passaggio da un Mode all’altro.

 

Gli Schemi e i Mode sono al centro dell’interesse della ST che li considera alla base non solo dei disturbi di personalità e delle difficoltà relazionali, ma anche alla base della sofferenza psicologica in generale. La terapia si propone, quindi, il duplice obiettivo di lotta gli Schemi e ai Mode disfunzionali e di soddisfacimento dei bisogni emotivi del paziente fino ad oggi disattesi.

Per poter modificare gli Schemi, sanando le emozioni e le sensazioni somatiche ad esso associate, gli stili di coping disadattivi e i Mode caratteristici, devono essere chiare le loro manifestazioni, le loro origini ed i fattori che tendono a mantenerli.

Come già sottolineato il pregio della ST è stato quello di integrare il concetto di schema dell’approccio cognitivo standard, che rintraccia nelle distorsioni cognitive un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel mantenimento dei disturbi mentali, con l’aspetto affettivo, somatico e mnestico. Di conseguenza gli strumenti terapeutici impiegati riflettono questo aspetto teorico, la ST, dunque, propone come intervento, teso ad attuare un cambiamento, una combinazione di quattro strategie differenti: quelle cognitive, quelle esperienziali, quelle comportamentali e relazione terapeutica.

Le strategie cognitive hanno lo scopo di testare la validità dello Schema. Nel corso dell’esistenza del paziente lo Schema ha sempre rappresentato una verità imprescindibile e grazie alla presenza di numerose distorsioni cognitive, la persona ha sempre trovato nel suo ambiente prove a favore di questa ipotesi. Attraverso le strategie cognitive il terapeuta aiuta il paziente a liberarsi delle distorsioni cognitive, per poter affrontare un’analisi più corretta della realtà. In questo modo lo Schema viene messo continuamente in discussione, cercando prove a favore e a sfavore della sua validità. Lo scopo delle strategie cognitive è anche quello di consentire il superamento dei meccanismi di evitamento emozionali, per preparare la strada per il lavoro esperienziale. Questo approccio ha la funzione di sanare le emozioni negative legate allo Schema e di favorire la soddisfazione dei bisogni di base del paziente. Le strategie esperienziali costituiscono uno strumento estremamente potente, che determina cambiamenti evidenti in breve tempo. Questi interventi rappresentano uno degli aspetti più innovativi apportati dalla ST, che oltre a considerare l’aspetto cognitivo degli Schemi ne sottolinea anche quello affettivo, proponendo anche delle specifiche tecniche per affrontarlo. Le tecniche esperienziali, quali il lavoro di Imagery o i role-playing hanno lo scopo di affrontare direttamente lo Schema o i Mode per impedire che l’emotività ad essi connessa continui a determinare ed influenzare le scelte del paziente.

Fase cruciale è quella legata al cambiamento comportamentale, attraverso la rottura dei pattern di comportamento soliti di un paziente. Questa fase, che sancisce il vero cambiamento, rappresenta una parte determinante del processo terapeutico e presenta lo scopo di sostituire i comportamenti determinati dallo Schema con comportamenti più adattivi, tesi a soddisfare i bisogni di base del paziente. Se è possibile immaginare fasi diverse nelle quali vengono utilizzate delle strategie differenti, la relazione terapeutica si colloca in maniera trasversale a tutte le fasi della terapia.

La relazione terapeutica, rappresenta nella cornice della Schema Therapy, un ruolo fondamentale, di pari, se non maggiore, livello rispetto agli altri interventi, cognitivi, esperienziali e comportamentali. Il ruolo della relazione terapeutica si gioca sia nella fase di valutazione degli Schemi sia in quella del cambiamento e si basa su due pilastri fondamentali, che sono il confronto empatico ed il Limited reparenting parziale. Il confronto empatico rappresenta un tentativo di validazione da parte del terapeuta, che manifesta comprensione per tutti quei comportamenti o stili di pensiero che comportano il mantenimento dello Schema, sottolineando allo stesso tempo la necessità di un cambiamento. Attraverso il limited reparenting, invece, il terapeuta cerca di colmare, rispettando i limiti imposti dall’etica professionale, i bisogni che i genitori ( o altri significativi) non sono riusciti a soddisfare durante l’infanzia. Attraverso il confronto empatico ed il reparenting parziale il terapeuta propone una esperienza emozionale correttiva.

 

La Schema Therapy in Italia

Il padre della Schema Therapy: Jeffrey Young

Jeffrey E. Young (nato il 9 marzo 1950) psicologo americano, direttore e fondatore dello Schema Therapy Institute e del Cognitive Therapy Center di New York e del Connecticut è il padre della Schema Therapy.

Young afferma di essersi interessato del funzionamento della personalità già fin dai tempi della scuola, quando, utilizzando diversi questionari, era solito raccogliere informazioni sulle caratteristiche di personalità delle persone che lo circondavano. Continuò a coltivare questo interesse al College, condividendolo con il suo compagno di stanza, Robert Sternberg, che a sua volta divenne un altro personaggio noto nell’ambito della psicologia. In seguito, in occasione di una conferenza organizzata al College, rimase profondamente colpito dall’intervento di Arnold Lazarus (fondatore della Terapia Multimodale) e da quel momento decise di diventare psicoterapeuta e di voler approfondire tutti i principali modelli teorici. In seguito trascorse diversi periodi di studio con i massimi esperti di psicoterapia degli Stati Uniti con l’obiettivo di imparare direttamente dalle fonti, ciascuno dei rispettivi approcci. Dopo aver conseguito una laurea presso l’Università di Yale, ottenne un diploma di istruzione superiore presso l’Università della Pennsylvania. Mentre studiava all’università di Philadelphia seguì da vicino il lavoro del comportamentista Joseph Wolpe, fece un breve assaggio della terapia familiare, finché un pomeriggio, in una libreria, non si imbatté casualmente nel libro “Terapia cognitiva e disturbi emotivi” di Aaron Beck: ne rimase folgorato. Assumendosi la responsabilità di una scelta, ai tempi assai azzardata, Young decise di inserire nel programma di studi dei suoi corsisti il testo di Beck, all’epoca pressoché sconosciuto. Casualmente il programma fu notato da una collaboratrice di Beck e di lì a breve questi chiamò Young a colloquio. In questa occasione, Beck e Young parlarono della tesi di dottorato di quest’ultimo e Beck accettò di partecipare come membro esterno della commissione alla discussione della sua ricerca di dottorato, titolata “la terapia cognitiva nella solitudine”. Contestualmente, Beck propose a Young una posizione presso il suo Istituto, una volta ultimati gli studi.  Ebbe così inizio la fruttuosa attività clinica del futuro fondatore della Schema Therapy. 

Oltre ad aver scritto numerosi testi riguardanti la Terapia Cognitivo Comportamentale e la Schema Therapy, Young, dal 1986, è docente del Dipartimento di Psichiatria della Columbia University e dal 2006 è Presidente Onorario dell’International Society for Schema Therapy.

 

Schema Therapy: campi d’applicazione

 

La Schema Therapy si presenta quale approccio integrato capace di unire in sè in una cornice organica e coerente, elementi che fanno riferimento alla terapia cognitivo-comportamentale, alle teorie dell’attaccamento e delle relazioni oggettuali, alla terapia della Gestalt e alle terapie esperenziali.

Nel corso dell’ultimo decennio i suoi ambiti di applicazione sono esponenzialmente cresciuti: inizialmente nata per il trattamento dei disturbi di personalità ha trovato negli anni buoni riscontri, in termini di efficacia, su numerosi altri quadri diagnostici. I presupposti teorici e le diverse tecniche poi sono state adattate di modo tale da poter essere utilizzate non solo con pazienti adulti e all’interno di un setting di intervento individuale, ma anche con pazienti in età evolutiva, nel contesto interpersonale di lavoro con le coppie, e all’interno di un setting di gruppo.

Il modello della Schema Therapy illustra il  modo in cui i bisogni di base non soddisfatti nei primi anni di vita possano determinare la formazione dei cosiddetti Schemi Maladattivi Precoci favorendo il conseguente strutturarsi di comportamenti e stili di coping disfunzionali.

Traendo le sue basi teoriche dalla psicologia dello sviluppo e avendo come nucleo centrale i bisogni primari, la Schema Therapy si presta piuttosto bene al trattamento di bambini e adolescenti. L’applicazione di tale cornice ai pazienti in età evolutiva, la cui diffusione si deve al lavoro di Christof Loose e collaboratori (2013), ha quale obiettivo centrale la prevenzione dello sviluppo degli Schemi Maladattivi proprio nell’età in cui solitamente essi cominciano a strutturarsi. Nel processo di intervento in età evolutiva, oltre al lavoro con il bambino si mostra fondamentale un intervento volto ad aiutare i genitori a consapevolizzarsi dei propri Schemi e a meglio gestirne l’attivazione, perchè diventino capaci di offrire  ai propri figli un’atmosfera di accudimento più accogliente e responsiva nonchè un modelling più adulto e funzionale. A partire dalla consapevolezza di come per i bambini e gli adolescenti possa non essere semplice e immediato parlare di aspetti intimi di sé quali sono i pensieri, le emozioni, i bisogni, gli strumenti e le tecniche principali della Schema Therapy sono state riadattate. Nel lavoro con i bambini i singoli schemi e i singoli Modes ad esempio vengono in genere rappresentati visivamente, attraverso oggetti attraenti come carte colorate, pupazzetti, marionette di stoffa, maschere, statuine di legno e altri materiali scelti e pensati dal terapeuta. L’impostazione della relazione naturalmente tende ad essere meno didattica che con l’adulto e più orientata al gioco, alla spontaneità e alla leggerezza. Come da prassi in età evolutiva il coinvolgimento dei genitori riveste un ruolo di primo piano all’interno dell’intero processo. Dopo un primo lavoro di psicoeducazione sui bisogni primari non soddisfatti connessi ai sintomi del figlio, si procede solitamente ad un percorso di Schema-Coaching, che vede il terapeuta affiancare, come un coach, la coppia di genitori perché apprenda modalità alternative di relazione con il proprio figlio interrompendo i cicli interpersonali disfunzionali. Ciascun genitore può trovare nel corso del processo uno spazio all’interno del quale essere sostenuto nel riconoscimento dei propri Schemi Maladattivi Precoci e dei nessi tra questi e le esperienze di frusrazione della propria infanzia.

Come già anticipato, la Schema Therapy interviene anche sulle conflittualità e le dinamiche interne alle coppie di partners. Per comprendere il rationale con cui la si applica all’interno del setting di coppia (Simeone-DiFrancesco et al., 2015), serve ricordare quanto la “chimica” degli schemi, cioè la tendenza umana a sentirsi attratti da individui capaci di rafforzare le proprie convinzioni fondamentali, giochi un ruolo di primo piano nell’incontro e nella scelta dell’altro quale partner. E’ piuttosto frequente infatti, per le ragioni appena dette,  ritrovarsi, all’interno della propria relazione di coppia, ad agire, riattualizzandoli, ruoli noti sin dall’infanzia, in una lotta inconsapevole tra schemi che nasce dalla sollecitazione reciproca dei propri inneschi emotivi e che genera cicli interpersonali disfunzionali capaci di mandare i partner e la coppia in sofferenza. Nel lavorare con le coppie, la Schema Therapy concentra i suoi sforzi sui cicli in questione, espressione dei bisogni che ciascun partner porta all’altro e che spesso vengono fraintesi, rimangono non visti, si perdono dietro i contenuti su cui la coppia discute. L’obiettivo dell’intervento è quello di rendere i partner consapevoli dei pattern disfunzionali di interazione che mantengono con l’altro, aiutandoli a divenire capaci di riconoscerli e interromperli, per poi potersi riconnettere emotivamente ai propri bisogni e a quelli dell’altro favorendo un confronto adulto e costruttivo all’interno delle dinamiche di coppia. Gli strumenti messi in campo sono gli stessi di quelli della terapia individuale, seppur con i necessari riadattamenti frutto della necessità di coinvolgere entrambi i partner nella costruzione del processo terapeutico. Uno degli strumenti più frequentemente utilizzato perché molto esplicativo per la coppia è la Mode cycle clash-card, uno schema riassuntivo che permette a ciascun partner di comprendere la nascita e il mantenimento dei cicli disfunzionali all’interno della propria relazione di coppia, gettando luce sui bisogni primari non soddisfatti e dando modo alla coppia di scoprire e co-costruire modi nuovi e più funzionali di esprimerli. Fondamentale la possibilità che questo strumento dà a ciascuno dei partner di creare nessi associativi e di significato tra le reazioni proprie e dell’altro nel presente e gli stili appresi nella propria storia di vita all’interno delle relazioni primarie di accudimento. Anche l’Imagery with Rescripting, cuore delle tecniche esperenziali, e la tecnica delle sedie trovano frequente applicazione all’interno del setting di coppia.  La tecnica delle sedie vede i partner occupare a turno sedie diverse al fine di far emergere con chiarezza, alla presenza del partner, i bisogni di ciascuno, favorendo l’espressione delle emozioni ad essi connesse e la costruzione di modi di prendersene cura all’interno della coppia. Per quanto riguarda l’Imagery with Rescripting, nel rievocare le esperienze negative passate, ripercorrendole in immaginazione come se accadessero nuovamente, ciascun membro della coppia potrà godere dell’aiuto del partner per immaginare che i propri bisogni frustrati possano trovare accoglimento e risposta, riscrivendo il ricordo.

Oltre che in un setting di coppia, Farrell & Shaw (1994, 2012) hanno proposto l’applicazione della Schema Therapy all’interno di un contesto di gruppo, dando vita ad un modello di Schema Therapy di Gruppo (STG) che ha integrato quanto già precedentemente fatto dal padre della Schema Therapy, J. Young, in tale direzione. Il modello proposto è alquanto innovativo rispetto ai tradizionali modelli di terapia di gruppo: esso non applica semplicemente gli interventi individuali all’interno di un formato di gruppo bensì propone un riadattamento degli stessi al lavoro sui Mode. Attraverso esercizi esperenziali ripetuti di Imagery e Role Playing,  i singoli componenti del gruppo hanno modo di prendersi cura gli uni degli altri, recitando il ruolo dei vari Mode appartenenti agli altri membri. Un lavoro di questo tipo permette di fare esperienza di un reparenting integrato, in cui non solo il terapeuta ma anche la “famiglia” costituita e rappresentata dal gruppo fornisce un’esperienza parziale di soddisfazione dei bisogni frustrati. Un lavoro di validazione empirica condotto dalle stesse Farrel & Shaw nel 2009 ha messo in luce come il supporto del gruppo possa impattare in modo piuttosto positivo su schemi chiave quali Deprivazione emotiva, Abbandono, Inadeguatezza/Vergogna, Sfiducia/Abuso e Isolamento sociale, incidendo notevolmente sul funzionamento dei singoli e sulla loro qualità di vita. 

 

Schema Therapy: le opinioni degli esperti e dei pazienti

“Perché iniziare un percorso di Schema Therapy?”, “Quali problemi nella mia vita posso risolvere con la ST?” “È possibile integrare la Schema Therapy (ST) con il cognitivismo classico?”, “Quali tecniche sono più efficaci e utili? Quali piacciono di più a terapeuti e quali ai pazienti e perché?”, … Queste ed altre domande possono emergere nella mente di chi si avvicina alla Schema Therapy, sia in veste di paziente, che di terapeuta. Le abbiamo rivolte ad un gruppo di clinici esperti che integrano la ST, in parte o del tutto, nella loro pratica clinica e ad alcuni pazienti che hanno sperimentato gli effetti della ST nella loro vita: ecco le loro opinioni e testimonianze. 

 

“La Schema Therapy (ST), come noto, è un’interessante e arricchente integrazione di costrutti teorici, modalità di formulazione del caso e tecniche di intervento già esistenti da tempo. Non a caso, le ricerche di esito hanno dato risultati molto importanti per diversi disturbi. A mio avviso, rispetto ad altre modalità terapeutiche in voga nel dominio della CBT, la ST ha il merito di mettere in primo piano lo specifico mondo di significati del paziente e dunque di sintonizzarsi con le sue emozioni e i suoi punti di vista.

La pratica della ST ha, infatti, il fascino degli interventi esperienziali che consentono di intervenire, in presa diretta, sugli stati mentali critici del paziente. Due tecniche in particolare mi sembrano di speciale interesse, l’Imagery Rescripting e il Chair Work. Abbiamo utilizzato la prima in una ricerca di esito con pazienti ossessivi ottenendo dei risultati davvero molto promettenti. Certamente è indispensabile che l’uso della ST sia sostenuto da un razionale che, almeno per molti disturbi, dovrebbe essere definito da un modello del disturbo stesso che sia accurato e ben sostenuto dalla sperimentazione”. 

(Prof. Francesco Mancini, Neuropsichiatra Infantile, Direttore delle Scuole di Psicoterapia Cognitiva, APC-SPC, Italia; Prof. Associato di Psicologia Clinica, Università Guglielmo Marconi, Roma)

 

 

“All’università uno dei professori che più ha segnato la mia formazione era un sacerdote tedesco di nome Herbert Franta, un vero genio della psicoterapia purtroppo scomparso prematuramente prima che potesse trasferire in forma scritta la sua idea di psicoterapia. Capivo già allora che era un innovatore, ma solo con la diffusione della Schema Therapy ho capito quanto. Infatti, l’idea di terapia che ci proponeva, per come è rimasta nella mia memoria, in due parole era: usate la CBT come base, che offre la concettualizzazione più indicata per comprendere e curare i sintomi. Integratela con l’intuizione della psicanalisi che le prime esperienze relazionali creano schemi stabili di funzionamento; in ultimo integrate il trattamento con tecniche Gestalt, che consentono di accedere con procedure esperienziali ad aspetti psicologici che possono essere difficili da esplorare e modificare con il solo canale verbale. 

Quello che riconosco e per cui trovo utile usare alcune procedure ST è esattamente quanto anticipato dal Prof. Franta.” 

(Claudia Perdighe, psicologa, psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale. È didatta nei corsi di specializzazione della Scuola di Psicoterapia Cognitiva e dell’Associazione di Psicologia Cognitiva e responsabile della rivista online www.psicoterapeutiinformazione.it. Si interessa in particolare di disturbo ossessivo-compulsivo, di disturbo da accumulo e del tema dell’accettazione e lutto. È autrice di pubblicazioni scientifiche e del libro “Il linguaggio del cuore” (edizioni Erikson); curatrice con Andrea Gragnani dei libri “Nuovi Elementi di Psicoterapia Cognitiva” e con Francesco Mancini de “Il disturbo da accumulo”(Raffello Cortina Editore).

 

“Penso che la Schema Therapy sia un approccio innovativo e interessante per trattare i pazienti cosiddetti “difficili”. Uno degli aspetti che trovo più utili è il modello dei mode, che rende molto semplice, secondo la mia opinione, condividere la formulazione del caso con il paziente. Infatti spiegare la sofferenza dividendola e spiegandola attraverso le diverse “parti” (o mode), aiuta il paziente nella comprensione del suo disagio. Un altro aspetto che trovo centrale e, ancora una volta, molto utile per aiutare il paziente nel comprendere se stesso è la nozione di bisogni di base e di quanto sia importante che vengano soddisfatti nel proprio ambiente di sviluppo. E’ importante spiegare al paziente come le esperienze infantili possano aver impedito la soddisfazione di alcuni bisogni necessari per il nostro sviluppo, come il sentirsi protetti o accettati; questo aiuta i pazienti a comprendere quanto sia importante ora dare spazio a questi bisogni per trovare il proprio benessere. Credo che la ST aggiunga due aspetti al cognitivismo clinico classico: da un lato il recupero della storia del paziente, che porta l’attenzione dal qui e ora (tipico della CBT tradizionale) al là ed allora, dando importanza alla storia di sviluppo per capire quali bisogni non sono stati soddisfatti, quali schemi si sono creati e come stiano tutt’ora influenzando la vita del paziente; dall’altro l’uso di tecniche “esperienzali”, che aiutano nella pratica clinica perché permettono l’accesso alla sofferenza del paziente attraverso una via più emotiva e attivante rispetto all’intervento cognitivo classico. In particolare, nel mio lavoro clinico utilizzo l’imagery rescripting, che trovo molto potente e il chairwork, che permette al paziente, spostandosi tra le varie sedie, di assumere i punti di vista dei vari mode e quindi di aumentare il proprio distanziamento (anche critico) dai contenuti mentali che generano sofferenza.” 

(Nicola Marsigli, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Direttore Didattico Istituto IPSICO)

 

 

“Ritengo che l’efficacia della Schema Therapy, risieda in almeno due ragioni

-La prima: va al cuore del problema psicologico, avendo come focus terapeutico i bisogni del “mode bambino” più che il sintomo in sé; 

-La seconda ragione: grazie all’uso drammatizzato ed esperienziale dei mode, favorisce una oggettivazione dei contenuti mentali problematici e un distanziamento cognitivo da essi.  

A mio parere inoltre, la STaggiunge all’approccio cognitivista classicotre elementi:

-Primo: una maggiore attenzione agli aspetti motivazionali della sofferenza emotiva. Nella ST l’obiettivo è soddisfare i bisogni del “mode bambino”, più che la mera ristrutturazione delle sue credenze; 

-Secondo: il concetto di mode e il suo uso drammatizzato uniti a un ampio bagaglio di tecniche ad alto impatto emotivo; 

-Terzo: una maggiore attenzione alla regolazione specifica della relazione terapeutica, cioè non si accontenta degli effetti benefici, ma aspecifici e talvolta insufficienti, della condivisione e dell’empirismo collaborativo.”      

(Angelo M. Saliani, Docente e Didatta delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale S.P.C. di Roma e Napoli, S.I.C.C. di Roma e A.I.P.C. di Bari. Professore a contratto di Tecniche del Colloquio Psicologico presso l’Università dell’Aquila. Si occupa da molti anni di relazione terapeutica e dei processi interpersonali che caratterizzano il rapporto tra pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo e i loro familiari.  Socio e membro del comitato direttivo Associazione Italiana Disturbo Ossessivo-Compulsivo (A.I.D.O.C.). Socio didatta SITCC (Società Italiana Terapia Comportamentale e Cognitiva).

  

“Le tecniche che la ST utilizza per l’assessment, essendo molto esperienziali, consentono al paziente di comprendere più facilmente cosa gli succede ma soprattutto perché, in connessione con la storia di apprendimento e i bisogni frustrati; questo, a mio avviso, ha un impatto potente sul problema secondario: comprendendo l’origine e la funzione di certi suoi mode disfunzionali, il paziente si critica/spaventa/arrabbia/vergogna di meno nel vederli attivi oggi.

Le tecniche che impiega nell’intervento, essendo anch’esse esperienziali, consentono un più profondo ancoraggio nella memoria dei nuovi apprendimenti e significati.

Come già la REBT di Ellis, pone all’attenzione del terapeuta, accanto al cambiamento delle cognizioni, anche l’intervento sulla componente emotiva, immaginativa e comportamentale con tecniche e procedure molto esperienziali.” 

(Teresa Cosentino, svolge attività di psicoterapia cognitivo-comportamentale dal 2004.  Nutre un interesse clinico per i disturbi d’ansia (disturbo ossessivo-compulsivo, attacchi di panico, fobie, disturbi sessuali), dell’umore (depressione) e della personalità. Nella pratica clinica, oltre alle metodiche della terapia cognitivo-comportamentale standard, applica il protocollo di Esposizione con Prevenzione della Risposta, la Schema Therapy ed il protocollo Eye Movement Desensitization and Reprocessing. Socia della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva e dell’Associazione Italiana Disturbo Ossessivo-Compulsivo; Docente presso le scuole di specializzazione in psicoterapia cognitiva APC e SPC).

 

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“La Schema Therapy ha il pregio di aver sistematizzato in un modello chiaro e operativo le rappresentazioni interne derivanti dalla storia di attaccamento che continuano a condizionare la vita mentale e relazionale del paziente. È un approccio alla cura che privilegia l’analisi dei contenuti mentali più che le funzioni restando, per questo, fedele alla tradizione cognitivista ma arricchendola di una componente emotivo esperienziale che ritengo necessaria ai fini di una ristrutturazione più efficace degli schemi disfunzionali. Alcune tecniche come l’Imagery with Rescripting consentono di far “rivivere” al paziente le esperienze relazionali prototipiche in cui si radicano gli schemi maladattivi e al tempo stesso offrono l’opportunità di riscrivere in modo mirato e più consapevole gli stessi episodi attivando scenari mentali in parte riparatori ma anche più costruttivi e funzionali al cambiamento. Per questo le tecniche come l’Imagery hanno anche un innegabile valore di prevenzione delle ricadute.” 

(Andrea Gragnani, psicologo, psicoterapeuta, didatta Scuole di Psicoterapia Cognitiva APC-SPC-AIPC-SICC-IGB. Socio Didatta SITCC (Società Italiana Terapia Comportamentale e Cognitiva), dal novembre 2003 all’ottobre 2006 è stato membro eletto del Comitato Direttivo Nazionale. Socio Fondatore dell’AIDOC (dell’Associazione Italiana Disturbo Ossessivo-Compulsivo), di cui e attualmente Segretario e Tesoriere. È stato dal 2002 al 2007 Presidente. Responsabile del Centro di Psicoterapia Cognitiva e della Scuola di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva SPC sede di Grosseto).    

Di seguito sono raccolte alcune opinioni di pazienti che hanno intrapreso un percorso di terapia con la Schema Therapy. 

 

Mario:“Ho sofferto di una forte depressione, a causa di problemi sul lavoro e ad una relazione finita male. Razionalmente avevo un’idea di cosa fare per uscirne, ma non riuscivo ad agire: bloccato dalla paura di sbagliare nuovamente, dalla vergogna per i miei fallimenti e per il mio stile di vita sempre più dissoluto.

Tra gli esercizi e le tecniche della Schema Therapy, tenere un diario giornaliero è stato di grande aiuto. Richiede una certa costanza e dedizione, ma si è rivelato utilissimo per tenere traccia dei pensieri e dei comportamenti quando sono “freschi”.

Il lavoro con le sedie e l’Imagery mi sono stati utili a mettere nella giusta proporzione i miei “schemi” e trovare un compromesso tra loro che cerchi di andare nella direzione che voglio. Normalmente tendo a parlare dei miei problemi, soprattutto i più profondi, minimizzandoli e scherzandoci sopra. L’ imagery non ti da scampo: ti obbliga a parlarne rivivendo le stesse emozioni che erano in gioco nel momento del problema, in modo controllato e sicuro e risalendo alle origini.

 La mappa degli schemi si è rivelata fondamentale per visualizzare e dare un nome il più velocemente possibile alle parti in causa. E le flashcards: quando mi trovo a provare una emozione nota le trovo utili per comportarmi in un mondo diverso dal mio solito, più adulto utile e sano.

Il terapeuta per me è stato come un amico saggio che ti aiuta a vedere le cose da una prospettiva più utile e che in quel momento ti sfugge. O come un personal trainer della mente. A volte gli esercizi che ti assegna possono essere non piacevoli, ma puoi stare certo che vanno nella direzione giusta e sono stati dosati con metodo. Il mio obiettivo principale era di uscire dalla mia depressione e ritrovare la gioia di vivere e sono felice di poter dire di averlo raggiunto. Durante la terapia ho scoperto molte cose di me che non mi aspettavo, ed è ancora in corso, ma il mio atteggiamento è cambiato, ora cerco di vivere la terapia e la vita stessa non tanto come un problema da risolvere ma come una realtà tutta nuova da sperimentare.”

 

 Paolo:“Nel luglio del 2018 mi sono ritrovato di fronte ad una sensazione strana, dico sempre che mi sono “s-centrato”. La sensazione che avevo, e che adesso vedo con più lucidità, era proprio quella di aver perso la centralità “sana” del mio essere che era venuta meno a causa di una serie di fattori e di mode caratteriali che mettevo in atto (ormai da anni) automaticamente nelle mie relazioni di lavoro, di coppia e di famiglia e che nell’ultimo anno si erano acutizzati causando un forte malessere interiore.

La causa scatenante è stata una crisi di gelosia terribile nei confronti del mio compagno, ho cominciato a spiarlo, a guardare nel suo cellulare, investigare nella sua vita privata senza che ci fossero dei veri motivi. Nel giro di un mese ho cominciato a non mangiare più, ad avere crisi di ansia, mi vergognavo per le mie azioni, non dormivo più e di conseguenza avevo una visione sempre più distorta della realtà. 

Fortunatamente ho capito quasi da subito che questa situazione non potevo risolverla da solo e così ho deciso di rivolgermi ad una specialista consigliatami da un amico per cercare di risolvere il problema. Il percorso è durato circa un anno e si è concluso di comune accordo con la terapeuta.

E’ stato fondamentale il fatto di potermi confidare senza filtri con una professionista. Altrettanto importanti sono state le tecniche di immaginazione fatte insieme. Per quanto dolorose mi hanno aiutato a riconoscere i vari mode che mettevo (e metto ancora talvolta) in atto quando mi ritrovo in una determinata situazione.

Trovo che la Schema Therapy mi abbia fornito degli elementi che non avevo per riconoscere certi miei atteggiamenti, non reprimerli ma accettarli cercando di capirne le motivazioni. Questo approccio “dolce” nei confronti del nostro passato e delle nostre debolezze credo sia l’unico modo per riuscire a far emergere la parte resiliente e sana dell’adulto. 

Credo che la tecnica dell’Imagery with rescritping sia stata una delle componenti fondamentali del mio percorso, nonostante debba ammettere che all’inizio ero abbastanza scettico. La cosa interessante che ho osservato è quanto questi “interventi” del terapeuta nel mio passato siano stati efficaci. Non si racconta semplicemente un trauma, lo si rivive e, nonostante la tecnica sembri molto semplice, difatti il terapeuta “entra” nel passato e aiuta a “riscrivere” la storia cercando di mettere le cose al loro posto. È la parte della terapia che mi ritorna di più alla mente e quella che più è riuscita a mettermi in pace col passato. Parlando dei traumi infantili mi sentivo molto responsabile per ciò che era successo e questi ricordi mi tormentavano molto, il fatto di poterli condividere e “virtualmente cambiare” ha fatto sentire la parte più vulnerabile e piccola di me estremamente confortata. È stato come un abbraccio dato al bambino che in quel momento piange in un angolo e si sente solo…”

 

Marina:“Ho deciso di iniziare un percorso di psicoterapia per farmi un regalo. Compiuti i 40 anni mi sono guardata indietro ed ho pensato che fosse arrivato il momento di essere serena e godermi quello che avevo. Non riuscivo a farlo. Troppo appesantita da quello zaino di esperienze che mi portavo in spalla, troppo concentrata a rimuginare sulle ingiustizie subite e sulle mie aspettative mai avveratesi.

Con la Schema Therapy sono   riuscita a prendere in mano ‘sto zaino tirare fuori tutto e metterlo sulla bilancia della mia emotività.Alcune ´´cose ´´ non sono più rientrate in quello zaino, altre sono state disposte in maniera ordinata, perché ridimensionate in peso e importanza.Ed io adesso vado avanti più leggera e serena.È fantastica la sensazione di leggerezza che adesso provo guardandomi indietro che non è distacco, ma quella rabbia quel rimuginare hanno lasciato spazio a sorrisi teneri con occhi lucidi.

Rivivere con gli esercizi di Imagery nello studio alcuni momenti della mia vita è stato il gesto estremo nello svuotare ‘sto zaino. Come quando lo giri al contrario per togliere la sabbia.

È stato un lavorone… rivivermi bambina con il senno di poi, mi ha fatto provare una tenerezza incredibile nei miei confronti e alla fine il risultato è che tutta quella sofferenza di quel momento l’ho ridimensionata.Credo che, attraverso questi esercizi di immaginazione, io sia riuscita a trovare gli strumenti per gestire in maniera migliore la mia troppa empatia e la mia continua ricerca di giustizia e la mia impulsività Introversa.Adesso so come proteggermi o meglio adesso lo voglio fare! Oggi mi sento bene perché ho imparato ad accettarmi e volermi bene. Mi sento meno vulnerabile perché ho capito che ridimensionare e farsi scivolare qualcosa addosso alla fine fa parte del volersi bene e questo non nuoce a nessuno, anzi devo dire che nel mio caso ha migliorato la qualità di molti rapporti.

Sono uscita da quella gabbia che mi ero creata, dove tutto e tutti mi dovevano piacere e dove io dovevo piacere a tutti. Adesso sono fuori con il mio zaino ordinato e più leggero e vivo bene serena e leggera.”

 

Chiara:“Ho iniziato la ST perché soffrivo di attacchi di ansia e di paranoia che mi portavano ad avere dei comportamenti disfunzionali, soprattutto nella selezione del partner e nella gestione della relazione. Il mio disagio psicologico era causato sia da schemi legati all’infanzia e al rapporto con i genitori, sia ad alcune esperienze personali negative, tra cui un episodio di aborto. 

Durante la terapia mi hanno aiutato molto l’ABC, l’applicazione di nuove tecniche comportamentali con la supervisione della terapeuta e la tecnica Imagery with rescripting. Attraverso questa tecnica si rivivono ansie e sensazioni negative di un preciso episodio d’infanzia. Nel momento in cui viene riscritta la scena mentre la si immagina, si acquisisce anche nello stesso istante uno stato di pace e di accettazione nei confronti dell’episodio stesso. 

Il rapporto con un terapeuta Schema Therapy è un rapporto molto diretto e schietto. Vedevo nella mia terapeuta la figura di un coach che mi insegnava a vivere di nuovo, in modo diverso. 

Attraverso la terapia ho imparato a conoscere e a individualizzare quali sono i miei schemi e patterns. Ho imparato (in parte) a reagire in modo diverso, cercando di seguire alcuni comportamenti consigliati dalla terapeuta. Ad oggi non posso dire che riesco ad applicare in ogni situazione quello che ho imparato durante la terapia, ma sicuramente la ST mi ha dato le basi per saper gestire meglio quei momenti. E ‘un tipo di terapia che ti da spiegazioni concrete sulle cause di certi disagi e allo stesso tempo fornisce anche mezzi pratici per riuscire a superare situazioni emotivamente difficili.”

 

Anna:“Il mio problema manifesto era la paura di volare. Da subito però è emersa nelle sedute la paura di perdere il controllo. Dopo un’infanzia passata a sentirsi responsabile per gli adulti che mi circondavano, ho fatto fatica nella vita da adulta a sentirmi accettata e a non sentirmi in dovere di fare qualcosa per gli altri. Questo schema aveva come effetti quello di sfiducia nel prossimo, la paura di lasciarsi andare, l’incapacità di ammettere di avere bisogno dell’altro e purtroppo l’invischiamento in rapporti personali disfunzionali in cui ricoprivo lo stesso ruolo avuto nell’infanzia. Per cui anche se il mio obbiettivo iniziale era quello di prendere l’aereo, quello non manifesto, era quello di capire perché il più delle volte sono triste. 

L’esercizio che più mi ha aiutata è stato quello di immergermi, tramite la guida della mia terapeuta, in alcune scene particolari del passato in cui mi sono sentita come descritto nel punto precedente. Soprattutto, mi ha aiutato il poter rivivere quegli episodi prima come bambina e poi come adulta.

La visione esterna di scene vissute solo in prima persona mi ha reso più facile capire ed accettare perché quelle determinate scene hanno avuto un ruolo nella persona che sono ora. In realtà, l’esercizio di immergermi nelle scene già vissute mi accompagna tutt’ora che non sono più in terapia. Non soltanto per capire me stessa, ma, forse più spesso, per capire perché il prossimo si comporta in un certo modo con me o in generale. Mi aiuta a vedere una prospettiva diversa delle emozioni altrui e, necessariamente, a comprendere anche quali muovono me. Ovviamente non posso sapere cosa prova una persona in un certo momento, ma posso immaginarlo e fare delle ipotesi. Questo mi aiuta a comprendere il prossimo, a non giudicarlo e, soprattutto a non giudicare troppo neanche me stessa.”